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La porta. O l’Avvento, in altri termini

L’Avvento è il tempo della gioiosa attesa della venuta del Signore. Perché non pensarlo come una specie di porta?

Noviembre 2013 | Jacek Olczyk (Roma, Italia) | Espiritualidad

La porta è un luogo molto speciale. Quando qualcuno sta per incontrare un altro molto spesso c’è una porta fra loro. Se chi arriva è una persona buona, apriamo la porta e diciamo «benvenuto», però se colui che bussa alla nostra porta ci fa paura, tenendo la porta chiusa diciamo che non può entrare. La porta ci da possibilità di fare “finta”, finta che in casa non c’è nessuno e quindi non aprire. Qualche volta aspettiamo qualcuno che bussa alla nostra porta, ma non arriva nessuno. Qualche altra volta, c’e qualcuno che bussa, ma noi semplicemente non siamo lì dentro, oppure facciamo un rumore così grande, che non si sente bussare. Comunque la porta è il posto dove inizia e finisce l’incontro fra le persone. 

Accanto alla porta si trovano due mondi: il mondo dell’Ospite e il mondo del Residente. Da una parte, la porta è un punto che divide questi due mondi, dall’altra la porta può anche collegarli. I mondi delle due persone con le loro storie di vita, con i loro pensieri, i sentimenti, i piani per il futuro, le debolezze e i talenti, con il loro tutto.

L’Ospite è uno che viene da fuori. Ha sempre una ragione per bussare. Se l’Ospite sta davanti alla porta del Residente significa che Lui ha fatto un percorso, che comprende una determinata fatica per arrivare. Lo stare davanti alla porta e il bussare sono il momento in cui l’Ospite fa tutto ciò che può fare. Ha compiuto il suo compito. Nell’atto di bussare c’è una richiesta. Da questo punto in poi tutto dipende dal Residente.

Il Residente è a casa sua, nel suo territorio. Può essere pronto per la visita dell’Ospite o non esserlo. Può avere la casa pulita o no. Può essere vestito adeguatamente o no, ecc. In ogni modo il Residente è uno che fa ciò che vuole. Può aprire la porta o non aprirla. Se apre, fa entrare l’Ospite, se lascia la porta chiusa, gli vieta di entrare, gli vieta di cioè compiere il suo proposito. Tuttavia, se l’Ospite viene, vuole chiaramente entrare e incontrare il Residente.

In ogni modo, nel momento del bussare alla porta, il rapporto fra l’Ospite e il Residente inizia. Dopo aver bussato entrambi sono impegnati in questa situazione-sulla-porta. L’Ospite ha finito il suo viaggio. Ha bussato e aspetta. Rimane ancora fuori alla porta, sa però che in qualche modo è già entrato nella casa del Residente. Se il Residente ha sentito bussare alla porta non può restare indifferente. Bussare è qualcosa che di per se già chiede al Residente una risposta. Anche se quest’ultimo rimane libero, deve dare lo stesso una risposta. Apre la porta o la lascia chiusa. Accetta l’incontro o dice: «oggi non ci possiamo incontrare». Inoltre, anche fare “finta” che nella casa non c’è nessuno, è una risposta. Se il Residente fa così, rimane consapevole che c’era uno che bussava alla sua porta, ed egli l’ha ingannato. Bussare alla porta è il momento cruciale, in cui sono in gioco l’iniziativa dell’Ospite e la libertà del Residente.

L’incontro fra il Residente e l’Ospite introduce sempre qualche cambio. Le parole che sono state dette e i gesti scambiati tra loro lasciano il segno. I due mondi diversi si sono aperti a vicenda. D’ora in poi ciascuno di loro porterà in sé ciò che l’altro ha lasciato lì. L’esperienza di questo incontro rimarrà con loro per sempre.

L’Avvento è il tempo della gioiosa attesa della venuta del Signore. Perché non pensarlo come una specie di porta? Da un lato arriva l’Ospite con la sua promessa «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). Dall’altro c’è il Residente. Ci sono io.
 

Jacek Olczyk: padre gesuita polacco, studente in Teologia della Pontificia Università Gregoriana di Roma.

 
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