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Chi ama è e lascia che l’altro sia

Una riflessione attorno al Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola.

Enero 2014 | Jacek Olczyk (Roma, Italia) | Espiritualidad

L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. [EE.SS. 23.2]

L’uomo è creato – la comprensione cristiana dell’inizio della vita umana, la comprensione che scaturisce dalla rivelazione è molto ricca. Al nostro inizio c’è Dio, che è Uno e Trino – la comunità delle tre Persone unite nell’amore. Il suo/loro amore è fecondo e creativo – si esprime nell’opera creatrice del mondo e dell’uomo. L’uomo e la donna sono creati a immagine e a somiglianza di Dio, condividono quindi molte caratteristiche divine, tra cui la prima è quella che sono capaci di essere amati e di amare. Se siamo creati a immagine di Dio, che è la Comunità-di-tre-Persone allora nel nostro più profondo, al nostro fondamento c’è la relazionalità. Così è nell’ordine divino. Tuttavia anche nell’ordine umano, se guardiamo bene, vediamo che all’inizio della vita umana è il rapporto tra uomo e donna. Due diverse persone, misteriosamente si sentono attratti a vicenda, si incontrano, camminano insieme, trovano fiducia l’uno nell’altro, fiducia così grande, che li convince, che quest’altro, quell’altra sarà un buon padre, una buona madre per i propri figli; vogliono condividere la loro felicità, si uniscono nell’amore e danno l’inizio alla nuova vita umana. Si potrebbe dire, che proprio qui si trova il ‘perché’ del sacramento del matrimonio.

Prendendo sul serio l’atto creatore di Dio, bisogna considerare anche la nostra corporeità. Siamo creati con il corpo e ci rapportiamo con gli altri attraverso il corpo. Tutta la comunicazione tra le persone passa attraverso il corpo. Guardare, udire, sentire i profumi e gusti, toccare, parlare … in ultima analisi anche amare ed essere amati sono atti corporali (almeno nella gran parte). Anche la nostra comunicazione con Dio passa attraverso la corporeità. Da parte di Dio sono i sacramenti, i segni visibili, tangibili dell’invisibile grazia di Dio. Noi questa grazia riceviamo attraverso il corpo e rispondiamo ad essa attraverso il corpo. Gesti liturgici e gesti che facciamo noi, durante la nostra preghiera personale, sono l’espressione del ‘come’ ci rapportiamo con il Signore.

Siamo stati creati dalla relazione (quella che è in Dio-comunità-di-tre-Persone e quella dei nostri genitori) e per la relazione. Al relazionarsi appartiene la libertà, che è sempre in riferimento a qualche cosa. La nostra libertà è dunque una libertà ‘per … (per es. amare)’ oppure una libertà ‘da … (per es. da una paura)’. Chi è libero può decidere, può ricevere e dare, può accogliere amore e amare ecc.; Chi è libero vive e si relaziona responsabilmente, cioè risponde consapevolmente a ciò che accade nella sua vita. Semplificando le cose possiamo dire, che ci appartengono due tipi di relazioni: con Dio, che è Creatore di tutte le cose, e con queste cose, cioè tutte le creature (cose e persone, includendo noi stessi). Iniziati nella fede cristiana scopriamo, che il rapporto con Dio è principale per la nostra via. In esso troviamo non solo il nostro inizio ma anche il nostro fine ultimo – la comunione eterna con la Trinità. Gli altri rapporti, con le persone e cose, dovrebbero quindi essere orientati secondo questo fine ultimo.

Tutto il creato – le cose e le persone e noi stessi – è in un certo senso affidato ‘alle mani’ dell’uomo per aiutarlo a camminare verso il suo fine ultimo, verso Dio stesso. Come io sono una creatura di Dio degna di rispetto, così anche tutte le altre creature, sia le persone sia le cose, sono un’espressione di amore creativo di Dio e così anche loro sono degne di rispetto. Tutto ciò che è stato creato è buono e può aiutarci a lodare, rispettare e servire Dio. Qui entra in gioco la nostra libertà personale cioè l’esercizio della nostra volontà. Il nostro rapporto con le creature (cose o persone, ma anche noi stessi con i doni e talenti che abbiamo) può pervertirsi, e cominciare a ostacolare il nostro rapporto con Dio. In questi casi, il nocciolo del problema sta nell’esercizio della nostra volontà – e non tanto nelle creature. La nostra volontà dipende molto dalla nostra affettività. Un esempio banale: ciò che è buono e bello ci attira a sceglierlo; l’attrazione può farci dimenticare a discernere se la cosa veramente mi aiuti o meno ad avvicinarmi a Dio. Sant’Ignazio si rendeva conto di questa realtà, e per questo motivo il cammino spirituale che propone ha intitolato: Esercizi Spirituali – per vincere se stesso e per mettere ordine nella propria vita senza prendere decisioni in base ad alcuna affezione disordinata [ES 21]. E quasi subito dopo ha posto proprio il Principio e Fondamento. Sulla prima frase di questo denso testo abbiamo riflettuto sopra. Ora ci fermiamo sulla seconda parte di esso, che specifica l’esercizio della volontà in tre momenti: tanto quanto, indifferenza sacra e magis.

Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati [EE.SS. 23.3-7].

Tanto quanto – è una regola che spiega come relazionarci ragionevolmente con le creature (cose, persone, ma anche i nostri talenti personali) tanto quanto esse ci aiutano a crescere nell’amicizia con Dio. Relazionarci in questo caso significa prendere, usare, accogliere le creature oppure lasciarle, non-usarle, liberarci da esse. Una cosa può servirci molto in circostanze particolari, ma quando esse cambiano, la stessa cosa può diventare un ostacolo grande. La domanda da affrontare non è prendere/lasciare la cosa ma come farlo esattamente tanto, cioè non meno e non più, quanto essa serve al nostro fine ultimo. Mettere questa regola in pratica, significa appropriarci di un discernimento continuo, che non tanto facilmente porta a decisioni estreme. La più grande difficoltà di questa regola spesso si rivela nel contesto delle relazioni personali. Bisogna ricordare che liberarci dalle persone solo tanto e non più di quanto il nostro rapporto con esse ci allontana da Dio, non significa rifiutare o disprezzare queste persone. Significa, invece, riconoscere la loro profonda dignità creaturale e trattarle con conseguenza secondo questa dignità.

Sacra indifferenza – prima di tutto non si tratta di un menefreghismo, ma di indifferenza sacra, cioè un atteggiamento interiore indirizzato a rendere la nostra vita più vicina a Dio, più piena della sua presenza, più santa. Sant’Ignazio fu consapevole che come esseri umani abbiamo una tendenza ad accostarci alle creature (cose, persone, le nostre proprietà interiori) che ci appaiono come attraenti. Se ci lasciamo portare da questa tendenza si creano in noi delle affezioni disordinate e dipendenze. Esse ostacolano l’esercizio della nostra volontà. Non siamo più capaci nemmeno di immaginare la vita senza le cose a cui ci siamo attaccati. Le nostre scelte non le facciamo per rendere gloria a Dio ma per soddisfare il nostro appetito (fame di …). Acquistare, oppure camminare acquistando l’atteggiamento di sacra indifferenza vuol dire essere sempre più pronto a scegliere e agire oltre le nostre paure, avversioni, gli attaccamenti e i piaceri. E’ un atteggiamento molto difficile, ma è necessario accoglierlo (all’inizio come un desiderio che vorrei realizzare nella mia vita), per poter mettersi in una seria ricerca della volontà di Dio. La sacra indifferenza significa essere pronto ad accogliere e fare ciò che Dio propone; essere povero nello spirito, cioè non attaccato alle cose esterne e alle convinzioni interiori; è un amare Dio sopra ogni cosa; è un ho e non ho nello stesso tempo – ho solo tanto quanto mi porta ad amare Dio. Il nostro amare Dio genera questo atteggiamento in noi. Possiamo essere indifferenti verso tutto, perché non siamo indifferenti verso Dio. Lo rispettiamo, lo amiamo, Egli ci interessa così tanto, che diventiamo sempre più disposti a sottomettere tutto per guadagnarlo, per renderlo più libero in noi.

Magis – con il terzo ‘momento’ del principio e fondamento Sant’Ignazio invita a scegliere ciò che meglio conduce al fine per cui siamo creati. Così si apre davanti ai noi un orizzonte infinito, il cammino del magis porta al cielo. Nell’amare non c’è un limite. Sempre si può amare meglio, amare di più. Sempre più amare Dio e tutte le cose in Dio – l’autore degli Esercizi indica che lodare, riverire e servire Dio richiama un discernimento continuo, una instancabile ricerca della volontà di colui che ci ha amati per primo. La ricerca del come rispondere a questo amore di Dio, che in Gesù si fece carne e consumò la propria vita per noi. Come meglio tradurre questo amore nelle nostre relazioni con noi stessi, con il mondo, con il prossimo, chiunque sia …
 

Jacek Olczyk: padre gesuita polacco, studente in Teologia della Pontificia Università Gregoriana di Roma.


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